rima regola: mai fare un’inter -vista con un cuoco prima di
pranzo. Soprattutto a Fabio Pic-chi, chef del Cibreo di Firenze,
scrittore e autore di un blog sul
fa t to q u o t i d i a n o. i t in cui stuzzica
menti e palati a suon di timballi,
ariste e zuppe. È appena uscito
da Mondadori Ostriche rosse per
Napoleone, in cui ritroviamo
Igor Rogi, cuoco palindromo e
alter ego dell’autore.
Ostriche rosse è una storia di in-namoramenti: per i profumi, per
il cibo, per l'isola d'Elba. Perfino
Napoleone è innamorato.
Assolutamente, l'idea sta tutta
lì. E poi Napoleone, se vai all'El-ba, te lo trovi dappertutto. Non
lo puoi evitare. A un certo pun-to, frugando nella sua storia,
s'incontra il grande amore del-l’imperatore, Maria Walenska.
I due trascorrono, sull’isola, un
breve soggiorno all'eremo della
Madonna del Monte, un posto
incredibile. Poi, per un terribile
equivoco, lei è costretta ad an-darsene. Con grande dispera-zione di Napoleone.
E fin qui è storia...
Ma io non ci ho voluto credere.
Non ho voluto pensare che un
grande stratega come lui avesse
affidato al mare in burrasca la
sua amata e il figlio che aveva
avuto da lei. A questo punto in-terviene il fatto che ho cono-sciuto un capitano di vascello e
lui mi ha fatto scattare l'alterna-tiva. Di fantasia.
E le ostriche rosse?
Si dice che Napoleone non
amasse mangiare, ma si attivò
molto sulla qualità del cibo.
Tutti i meccanismi della pasto-rizzazione nascono con lui: ave-va il problema di far seguire i
suoi eserciti da derrate alimen-tari. Io l'ho voluto pensare un
po' diverso... Il mio babbo m'ha
insegnato tante cose, ma quella
per cui gli sono più grato è che a
nove anni mi ha messo una pi-cozza in mano e mi ha portato
in mare. Così ho imparato ad
andare a ostriche selvatiche.
Cosa sono?
Rispetto alle ostriche grigie, è
come paragonare un porcino a
Portate Letta da Springsteen
PREMIO AL FUORI ORARIO:
E’ IL MIGLIOR CLUB D’I TA L I A
Il Mei 2.0 (dal 27 al 29 settembre a
Faenza) premia il Fuori Orario di
Taneto di Gattatico come Miglior Club
d’Italia per “musica e impegno civile”
PANCHINA ROMA, ORE DECISIVE
IN TESTA LAURENT BLANC
La Roma dovrebbe sciogliere oggi il nodo-panchina. Blanc in pole, ma non è archiviata
l’idea Garcia. Sarà decisivo oggi il vertice
con James Pallotta. A lui l’ultima parola
ERIKSSON RIPARTE DALLA CINA,
SFIDERÀ MARCELLO LIPPI
Sven Goran Eriksson, dopo l’addio all’Al-Nasr
dove era direttore tecnico, ha firmato un
accordo con il Guangzhou R&F, club rivale
di quello guidato dall’ex Ct azzurro Lippi
Si nasce e si respira, automati-camente. E se abbiamo a che a
fare con qualcuno che ha una
responsabilità amorosa nei no-stri confronti, ci viene dato nu-trimento. Tutto il legame che
abbiamo con il cibo non è ba-nalmente emozionale. È più
profondo, appartiene ai mecca-nismi di sopravvivenza della
specie. Le donne a questo sono
abituate, che siano madri o no.
Qualsiasi cosa facciano, le don-ne hanno in sé la responsabilità
amorosa. Agli uomini manca: è
un piano culturale da raggiun-gere. E che gli uomini possono
affrontare se hanno la fortuna
d’incontrare donne che li sti-molino. Anche se per loro do-vrebbe essere facile ricordare le
merende in casa, i cibi materni.
Le merende...
Se uno si mette a fare l’elenco
delle merende, tutti mugolano.
Il pane con lo zucchero, con la
marmellata... Ricordarsi di que-sto, vuol dire aver presente se
stessi, che qualcuno ha provve-duto a te quando non eri in gra-do di farlo da solo. Le donne, da
sempre, adempiono a questa
funzione fondamentale. Poi la
storia ha voluto puntare più sul-la forza dei maschi, la parte ar-mata del genere umano.
Ci andrebbe alla Prova del cuo-c o ?
Tanti anni fa fui contattato dal
programma. Mi invitarono a
Roma e quando fui lì mi fu det-to: ora devi fare il provino. Io mi
girai e me ne andai. Avevo ca-pito che non ci saremmo capiti,
io e quella trasmissione. Rido
sempre quando mi capita di ve-dere il programma.
Che pensa dello sfruttamento
intensivo della cucina come in-t ra t te n i m e n to?
Potrebbe essere anche una cosa
buona. La cucina è comunica-zione, empatia verso il territo-rio, verso il prossimo. Il cibo è
soddisfazione, beatitudine. In-vece certi programmi a volte so-no addirittura violenti.
Qual è l'idea sbagliata di cuci-n a?
Quella che riduce tutto a una
questione puramente tecnica.
Si spaccia una tecnica indu-striale per un sapere artigianale.
Questo è osceno. Ora va di mo-da la cucina rigenerata, cotture
di cibi sottovuoto immersi in
acqua. Fa guadagnare chi la
produce, ma toglie a chi la con-suma sapienze millenarie. Quel
che ti servono è stato cucinato
21 giorni prima.
Come spiega il successo di pub-blico dei reality a tema culina-r i o?
Io non li guardo, ma ne sento
l’eco. E l’eco è un’eco violenta,
maschile, egocentrica, vanitosa.
Peccato: tutti abbiamo avuto
una mamma, abbiamo mangia-to la minestra di verdura...
Quindi la cucina è femmina, non
solo grammaticalmente.
Assolutamente, assolutamente:
la cucina è femmina come gran
parte della vita.
di Emiliano Liuzzi
P
er spiegare cosa sia il fenomeno
Springsteen, cosa abbia rappre-sentato per una certa America pro-gressista, bisogna tornare indietro di
qualche decennio. La corda da mas-sacrare gliela offre l’allora presidente,
Ronald Reagan e un Paese apparen-temente in piena crescita, ma che già
covava la depressione che sarebbe ar-rivata di lì a breve: “Chissà se Reagan
ha mai ascoltato Johnny 99”. Che poi
è la storia di un operaio che non ce la
fa a pagare il mutuo, prende un fucile
in mano e spara. Quando si trova
davanti al giudice gli dice: “Non è
solo la perdita del lavoro e della casa.
Ma le idee che questa tragedia mi ha
fatto venire in mente. Avevo debiti
che nessun uomo onesto può paga-re”. Una canzone che forse qualcuno
oggi dovrebbe riascoltare. Reagan
probabilmente non lo fece, probabile
che la conosca meglio Obama, più
improbabile sentirla canticchiare a
Berlusconi o Enrico Letta.
IL BOSS però, se qualcuno perdesse
delle certezze, c’è. Lo ha dimostrato
l’altra sera a Milano, dove è stato il
solito Springsteen, probabilmente
uno dei più grandi. Cinquantamila
persone che in un continuo crescere
si sono fatte trascinare. Perché il Boss
trascina. Lui non canta, urla. Non
suona la chitarra, la prende a schiaffi
come solo lui può essere capace di
fare. Non parla alla gente: entra nella
pelle come un brivido improvviso e ti
molla dopo tre ore. È Springsteen, ap-punto. L’uomo che sa essere il meno
americano tra i cantautori e poi scrive
canzoni che la sua terra invece la tra-passano, ci volano sopra a quel Paese
pieno di contraddizioni e spazi in-finiti. A San Siro ha parlato anche in
italiano, perché tra i suoi amori c’è
anche il nostro Paese.
E non è un caso che lo abbia voluto
attraversare in treno, “dondolato dal
vagone”, come avrebbe raccontato
Guccini, seppure a duecentocin-quanta all’ora di velocità. È sceso a
Milano Centrale, direzione San Siro,
poi tutto quello che ne è venuto fuori.
Una scaletta stravolta a favore dei
grandi successi di Born in the Usa . Tre
ore di musica con la band, balli, en-tusiasmi. A 63 anni suonati. Mica è
poco. E non è poco l’atto d’amore
italiano: “Questo stadio è unico, mi
lascia emozioni che nessun luogo ha
mai fatto”. Come nel 1985, la prima
volta che ci mise piede. E chissà per
quanto tempo ancora. Almeno, noi
ce lo auguriamo.
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